CENTO GIORNI DI SOLITUDINE -Non c’era niente per me lì fuori-

-di Lisa Bifulco –
Non è semplice per niente mantenere la propria identità, il proprio carattere, le proprie sfumature, in un ambiente in cui tutti ti dicono cosa essere e come comportarti. 

Anche quando ti imponi di non cedere, quando fai di tutto perché la tua visione non venga “sporcata” dal mondo esterno, quando ti ribelli, alla fine, se non sei forte, cedi.

È la mia più grossa sconfitta, quando invece di un no, dalla mia bocca, esce un si.

Per questo motivo, ho cercato, seguito e apprezzato sin dapprincipio questa piccola e forte ragazza. Dove il suo più grosso NO si è trasformato nella sua più grande avventura.

Ve la presento:

Si chiama Nidaa Badwan, è nata negli Emirati Arabi 29 anni fa il 17 di Aprile, poi si è trasferita in Palestina con la famiglia, terra di origine dei suoi genitori.

Forse a qualcuno il nome ha già detto qualcosa, forse altri pensando a quei posti avranno già interrotto la lettura, ma vi invito a scoprire in queste righe, un viaggio fatto di colori e poesia.

Non molto tempo fa, mentre in un caldo pomeriggio Palestinese la popolazione stava affrontando i numerosi cambiamenti dettati dal regime estremista e fanatico (come lei stessa descrive) di Hamas, Nidaa passeggiava in compagnia di un gruppo di ragazzi con cui stava allestendo uno spettacolo teatrale.

“Non è ammesso, che una ragazza se ne vada in giro con dei ragazzi, soprattutto senza essere totalmente coperta dal velo, e per giunta con un cappellino di lana rosso.”

Venne presa e trascinata nel commissariato più vicino, le sequestrarono computer, cellulare e macchina fotografica. (Qui gli occhi di Nidaa si fanno bassi, mentre suo marito, va avanti a raccontare.) Le ore trascorse in quel commissariato sono fatte di insulti, minacce e violenze di ogni tipo.

Anche il padre venne minacciato, per il semplice motivo di aver permesso alla figlia di vestirsi con dei pantaloni lunghi e quel cappellino rosso. Dopo 8 giorni di presenza quotidiana presso il centro di polizia, la costrinsero a firmare un documento, dove dichiarava che una volta uscita avrebbe sempre portato e indossato il velo, in caso contrario, le conseguenze sarebbero state molto gravi.

Cosa avrei fatto io? A 27 anni. Me lo sono chiesta per un sacco di tempo, e trovo in lei, la forza che probabilmente non avrei avuto.

Alla fine ha firmato, è riuscita ad uscire, ma non era quello il suo mondo, non era quello il suo modo, non era quella la sua vita. Non appena uscita, si rinchiuse nella sua camera, “Se non posso trovare la libertà da nessuna parte, la troverò qui, tra quattro mura.”

“Autoscatto nella stanza” Gaza 2015

Venti mesi, 20 mesi chiusa senza mai uscire dalla sua camera, 20 mesi dove l’unica cosa che vi entrava, era il sole da una piccola finestra.

<<Come sei riuscita a farlo? A rimanere tutto quel tempo dentro una stanza?>>

Cosa potevo fare? Con il velo non sarei stata me stessa. Era inaccettabile tutto. La condizione di povertà in cui ci hanno ridotto, non economica, ma artistica! Non c’è un teatro, un cinema. Non c’è niente per noi ragazzi, un qualche punto di aggregazione. Non c’era nulla per me lì fuori, io sono unartista ( e mentre lo dice, non leggo nella sua voce una sorta di autocompiacimento, ma leggo l’anima di un colore, l’esplosione di un cuore, la bellezza della vita) se non c’è posto per me, me lo creo da sola.”

Mi racconta che i primi tre mesi sono stati quelli più difficili, si sentiva un corpo vuoto, era assente e inesistente così tanto che a volte ha pensato anche al suicidio. La madre preoccupata, le lasciava fuori dalla porta ceste di verdure, da pelare e tagliare. “Mi teneva impegnata, mi diceva al di là della porta, che aveva bisogno di una mano per preparare il pranzo o la cena. Una volta mi diede delle cipolle. Ancora non lo sapevo, ma mentre le tagliavo mi misi a piangere, mi sfogai per tutto, e piansi. Poi scattai il mio primo autoritratto dentro quella stanza, e solo dopo, adesso, ho capito il motivo di quel pianto, come il senso anche di quella fotografia.”

“Avevo capito che c’era un motivo se ero lì, volevo provare qualcosa di diverso, creare qualcosa di diverso! Per me la fotografia non é solo il momento in cui il dito preme sullo scatto, è qualcosa di più complicato, più difficile di dipingere, di scolpire. Sono arti che mi hanno sempre affascinato, e volevo portarle tutte all’interno di quella stanza, all’interno dei miei scatti. Racchiudere l’ARTE in un fotogramma.”

“Autoscatto nella stanza” Gaza 2015

A questo punto ho il cuore che batte all’impazzata, nessuno mi aveva mai trasmesso la passione e il sentimento per questa cosa che ormai tutti fanno, scattare. Sentire dentro, il momento esatto di uno scatto, crea una poesia che ha qualcosa di magico e surreale. Che non si trova davanti agli specchi dei cessi con le bocche a cuore nell’intento di un selfie. Non condanno chi si cimenta in questo mondo con il mezzo più congeniale a se, ci mancherebbe! La mia è solo una voglia di proteggere la magia di un istante catturata dal tuo cuore, e poi dai tuoi occhi.

Nidaa mi dice che prima di arrivare allo scatto finale, mille ne sono passati, a volte ci metteva 4 mesi per avere il suo risultato finale.

Contraria all’uso estremo della post produzione, e ormai lo sapete abbraccio in pieno quest’etica, cercava di catturare il momento esatto, in cui il sole entrava dalla finestra nel massimo dello splendore. Senza bisogno poi di dover cambiare, alterare, modificare per forza qualcosa.

Racconta che prima di questa esperienza era a dir poco terrorizzata dai colori, li evitava anche nei vestiti, a parte quello strano cappellino rosso.

Se disegnava lo faceva a matita, se scattava in bianco e nero.

“Autoscatto nella stanza” Gaza 2015

“Mi sono chiesta molte volte il perché di quella mia paura, poi arrivai a capire che forse, ciò che più ci fa paura è la cosa che in realtà più ci appartiene, ma che ancora non siamo pronti a riconoscere. Come nelle amicizie, quante volte a primo impatto quella determinata persona ci è stata antipatica, e non la potevamo sopportare, poi col tempo, invece quella di cui non potevamo più fare a meno?!”

Ma una volta dentro quella stanza, qualcosa in lei si è mosso, e i colori erano la sua unica ragione di…scatto.

Non più foto in bianco e nero, ma come potete osservare dai suoi lavori, quelle fotografie sono un esplosione di tinte, a volte così cariche, da sembrare quadri..non era forse un elemento che voleva rappresentare?!

Aveva a disposizione solo una stanza, qualche oggetto, e una piccola finestra.

Si alzava all’alba, ne seguiva vorace il suo andare, e cercava l’istante perfetto, in cui il raggio colpiva il suo “quadro”.

Non c’era elettricità in casa, la sola cosa su cui faceva affidamento era il sole.

Dopo un po’ di scatti, Nidaa ha deciso di rendere pubblico qualche suo lavoro, ovviamente bloccando tutti i suoi conoscenti di Gaza, perché a una donna come ormai è chiaro, non è permesso postare foto di se stessa, soprattutto senza velo.

In un momento in cui tutti hanno paura, cristiani e mussulmani, dove la striscia di Gaza è diventata una prigione, dove il regime di Hamas controlla tutto e tutti, uccidendo chi non è d’accordo, compresi avversari politi ecc.. le foto di Nidaa aprono una speranza, e cominciano a girare, tutto il mondo.

Ha scattato le sue prime 14 foto, dopo di che, il Consolato Francese le ha proposto di fare una mostra a Gerusalemme e prima ancora in Gaza.

Purtroppo, proprio in quei giorni, Gaza venne bombardata dall’Isis e la mostra venne annullata.

Passò circa un mese nella sua camera sotto bombardamento. Nidaa era pronta per andare a Gerusalemme, ma le rifiutarono il permesso per uscire dalla striscia di Gaza, spiegandomi che Israele quasi mai rilascia permessi. Decisero di provare con un collegamento Skype, ma la corrente elettrica andava e veniva, fu annullato anche il collegamento. Da qui nasce la quindicesima foto, col catalogo della mostra in mano, quella che avrebbe dovuto fare a Gerusalemme.

Sembrava che tutto le fosse contro, ma grazie a Padre Ibrahim Faltas, custode della Basilica della Natività, nonché uno dei personaggi politicamente più influenti della Palestina e di Israele, riuscì ad ottenereun permesso VIP che le consentì di poter uscire.

“Aspettavo ogni giorno che la chiamata arrivasse, per dirmi che finalmente avevo ottenuto il permesso. Ho aspettato due anni, a volte mi dicevo, per nulla. Eppure non ero nessuno, non ero pericolosa, la mia famiglia era una di quelle brave, non c’era motivo per farmi restare a Gaza.

Un giorno, ricevetti una chiamata, mi dissero che il giorno seguente alle 5 della mattina mi sarei dovuta presentare al varco per potermene finalmente andare. Non ho dormito tutta la notte!! Feci la mia ultima foto, con dei pacchetti. La mia stanza era tutta impacchettata. Affittai un gallo per tre ore, presi uno strumento simile a una chitarra, e scattai. L’unica foto non ancora in vendita.”

Mi spiega la fatica nel realizzare quella foto e il significato racchiuso in quello scatto e i suoi simbolismi.

C’è Nidaa che imbraccia questa specie di chitarra, che nella loro simbologia, rappresenta l’arte, e il gallo che invece rappresenta l’uomo orientale. Con il dito indice davanti alla sua bocca, Nidaa intima al gallo di stare zitto!

“Ora sta zitto uomo! Fammi fare la mia arte!”

Non c’è che dire, Nidaa la sua arte l’ha fatta, e il mondo intero ne ha potuto godere. Personalmente ho ammirato il suo lavoro in mostra a San Marino.

Ha portato il suo progetto: CENTO GIORNI DI SOLITUDINE, in Danimarca, New York, Spagna, Dubai, Francia, Germania, Miami… 

Molte sono le date che ancora l’aspettano..

Da poco ha ricevuto il premio“Il Borgo delle Libere Arti” che premia artisti che hanno difficoltà di espressione nel loro paeseorganizzato dal Comune di Monte Grimano Terme e Arte di Essere.

Grazie alla proposta di collaborare con l‘università di San Marino è riuscita a rimanere in Italia realizzando un altro dei suoi sogni, inaspettato. Il matrimonio con Francesco Mazzarini il 24 Settembre scorso.

Prima accennavo di lui, che a tratti interveniva per tradurre ciò che Nidaa mi stava dicendo, un musicista Italiano, conosciuto una sera di un anno fa, mentre lei era intenta a rilasciare unintervista al Tg3 e lui a suonare un brano d’accompagnamento al pianoforte.

Dice di lui: “Per me Francesco è speciale.”

Si guardano sorridendo, mentre il mio cuore sorride con loro.

Grazie!


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