ENNIO ZANGHERI, UNA NUVOLA DI PACE DENTRO RIMINI. Un pomeriggio di cortili nascosti, ore di silenzio, macchie colorate sulla pelle. E musica.

-di Gloria Perosin –

Se guardi Rimini dall’alto, scopri che i grandi e vecchi portoni scuri lungo le strade del centro, molto spesso sono lì composti e severi a proteggere piccoli cortili nascosti.

«Proteggere da cosa?» chiedete voi. Proteggere da occhi disinteressati, da cuori disattenti. Da passi veloci come giudizi. Dalla fretta.

Qualche giorno fa, sotto consiglio dei ragazzi di Riminiamo, fisso un appuntamento con Ennio Zangheri per scrivere il pezzo per l’uscita di giugno.

Recuperato l’indirizzo, il giorno dell’incontro, mi fiondo a passo svelto per le vie del centro (per la precisione del Rione Montecavallo). Passo svelto ma stanco, con alle spalle una giornata di lavoro e un trasloco iniziato ma non finito.

Mentre da Piazza Tre Martiri prendo Via Garibaldi, oltre a sbadigliare, penso che forse potevo scegliere un altro giorno per incontrare Ennio.

Non sapevo cosa mi aspettava.

Via Garibaldi 63. Un vecchio e scuro portone severo.

Chiamo Ennio. Il portone cede e si lascia andare, mi lascia entrare. Dopo i primi passi in penombra, mi ritrovo ad attraversare proprio uno di quei dolcissimi patii che Rimini si tiene per sé, per poi entrare nel mondo di Ennio, di cui m’innamoro all’istante. Un po’ serra, un po’ casa, un po’ atelier, un po’ studio, un po’ negozio, molto Ennio.

Artista è la parola giusta per definire Ennio Zangheri.

Nato nel giugno del 1952 ha alle spalle una laurea al DAMS di Bologna, vent’anni d’esperienza nel mondo della grafica e della pubblicità come art director, nel mondo della moda, in quello del rally. La sua espressione passa attraverso le immagini fin da quando è adolescente, ma anche attraverso la parola, gli oggetti. Le mani.

Alle spalle ha anche alcuni traslochi (come tutti), l’ultimo lo ha terminato proprio qualche settimana fa inaugurando, dopo mesi di lavoro, lo spazio nel quale mi trovo a parlare con lui.

A coprire il parquet c’è una pelle di animale, ci cammino sopra, scopro che in realtà è un dipinto; sulle pareti sono appesi alcuni dei suoi lavori che mi guardano, di sottofondo si alternano Battisti, Mina, Celentano.

Capisco perché Rimini tenga nascosti questi piccoli cuori.

Questo è il mio mondo, ma vorrei che fosse anche un luogo d’incontro, uno spazio aperto agli altri, un punto di riferimento (ultimamente l’ho sentita dire più volte questa cosa. Voglia di umanità?).

Intanto io prendo il telefono e inizio a registrare. Ci sediamo.

Colpisco con la prima domanda: Chi sei? Se ti dovessi descrivere, come lo faresti?

(parte Conto su di te, di Celentano)

Penso di essere nato nel secolo sbagliato, dovevo nascere nel 1800 secondo me, ma non per un fatto di romanticismo, proprio perché vedo di essere legato a cose che per la maggior parte delle persone non sono rilevanti. Vivo un po’ borderline. Mi costruisco come vedi delle mie isole dove vivere e stare bene. Ho bisogno di questo tipo di spazio. Ho lavorato tanti anni nel mondo della pubblicità e ho avuto a che fare con l’adrenalina per molto tempo, correvo con le macchine. Ho smesso di fare entrambe le cose insieme e ci ho messo tanto tempo a ritrovare una dimensione, a capire chi fosse Ennio.

(ancora Adriano, Apri il cuore)

Vedo attorno a me tanti volti, tante persone…

I primi anni ero alla ricerca assoluta di una matrice, che è fondamentale, perché di gente capace a dipingere o disegnare ce n’è a milioni. Trovare la matrice è un tragitto allucinante. Guardare un quadro e dire Quello è suo, quella è la matrice. Poi quando le cose non ti riescono passi mesi in cui non vorresi fare niente, non ne vuoi sapere niente. Io mi sono sempre aiutato anche con la scrittura, in quei periodi. Comunque io sarei per l’informale, per l’astratto, e non per il ritratto vero e proprio. L’informale è più richiesto all’estero, in Francia va solo quello, anche Torino si avvicina molto di più a questo stile rispetto al resto dell’Italia.

Dopo aver visto questi volti, se ne ritrovassi uno in giro lo riconoscerei immediatamente. La sua matrice.

Sono lavori molto grafici, con dei colori assurdi. Ennio va a sostituire quelli reali, umani il rosa della pelle, il castano dei capelli, con colori rischiosicome dice lui: verde, arancio, viola…

Quando presenti una cosa del genere al diretto interessato non sai come reagirà. Mica tutti si aspettano di vedersi dipinti di verde, di blu. Di avere macchie colorate sulla pelle.

E’ vero, penso io, però la bravura di Ennio fa sì che nel momento in cui li guardi tutto ti sembri normale: è normale che la ragazza dai capelli viola abbia un colpo di luce rosso sul volto, come se fosse una voglia di fragola, che l’uomo con gli occhiali abbia una macchia blu sul collo.

(ora Parole, di Mina)

Passiamo da un discorso all’altro e scopro che Ennio ha esposto in tante parti d’Italia, che i suoi quadri sono stati esportati all’estero, che tra le tante cose, nel 2006, ha partorito Rimini Faces – storia di una città attraverso i suoi voltiuna raccolta che, insieme ai testi di Giuliano Ghirardelli, racconta la città attraverso i suoi personaggi, non per forza famosi, ma quelli che l’hanno determinata. Una raccolta bellissima.

Bellissima come Butta il tuo cuore di qua dal muro, che raccoglie dipinti e poesie che Ennio pensava di aver scritto per sé, fino a quando un editore non l’ha convinto a pubblicarle. Per fortuna.

Il mio telefono registra da un paio d’ore e penso che, a malincuore, per evitare di occupare tutto il numero di Riminiamo, dovrò scegliere cosa riportare su carta. Impresa faticosissima.

Progetti futuri, Ennio?

Mi piacerebbe molto tenere dei corsi qui. Vorrei aiutare le persone a trovare il loro modo di esprimersi. Non “imporne” uno, passami il termine, ma dare la possibilità di conoscere le tante espressioni artistiche in modo tale che ognuno trovi la propria. Mi piacerebbe recuperare i mobili, lavorare con le paste, fare corsi diversi in diverse giornate. Aprire le strade. E poi vorrei che questo posto venisse utilizzato per eventi di vario genere, vorrei aprirlo agli altri.

Ovviamente nelle due ore che mi fermo a chiacchierare con lui mi racconta tante cose: della passione trasmessa da suo padre, del suo rapporto con Rimini e con altre città italiane, dei trent’anni di calcetto, il lunedì, e di tantissimo altro.

Saluto Ennio che mi accompagna al portone che, nel frattempo, è tornato composto e severo, e che non appena lo apre cigola. Lo prendo come un saluto. Pensavo di trovarmi, come a volte mi è capitato, un artista pieno di sé, fin troppo convinto, cosa che non sopporto. Ho invece trovato un uomo riservato, dolce e delicato, che riesce ad esprimersi con cura, la stessa cura e bellezza che trasmette il suo mondo e i suoi lavori. Mi sono sentita a mio agio, nonostante la mia stanchezza, nonostante fossi in un posto nuovo e con una persona che non conoscevo.  Consiglio a tutti di concedersi,  non per forza un paio d’ore ma anche solo qualche minuto, il mondo di Ennio, che Rimini nasconde, e nasconde anche un po’ lui, ma si capisce il perché.

Riprendo a passo lento le vie del Rione Montecavallo e mentre da Via Garibaldi giro verso l’Arco D’Augusto, penso che non potevo scegliere giorno migliore per conoscere Ennio.

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