Giacomo Cossio e la sua (quasi)realtà esplosiva. Alla scoperta di un artista.

  • di Gloria Perosin –

Chi ha avuto la fortuna di vedere Un peso cubitale al museo della città di Rimini, non può
che essere rimasto a bocca aperta davanti all’esplosione di colori e forme dei lavori di
Giacomo Cossio. Artista parmese con origini friulane da parte del padre e romagnole da
parte della madre, ha studiato Architettura all’Università di Ferrara per poi iniziare a
lavorare dal vivo sul suo lato artistico. Il colore è punto focale del suo lavoro, che è una
continua sperimentazione. Giacomo Cossio mescola tra loro i più diversi materiali: smalti,
stucco, poliuretano espanso…
Ho avuto modo di perdermi tra le stanze del museo in una giornata di pioggia e quello che
ho trovato è stato sollievo per occhi e cuore. Piante dalle fogliame fittizio, imbrattate di
carta pesta e colore, piene di materia. Qualcosa tra scultura, architettura, assemblaggio e
pittura, tra immaginazione e realtà. Una natura di una bellezza irruenta, prepotente che
tende ingorda verso l’osservatore.
Dopo aver gustato la mostra più di una volta e dopo averla consigliata a tutti, ho deciso di
contattarlo per fargli qualche domanda. Questo è quello che dolcemente ha deciso di
condividere con noi…

Il tuo lavoro artistico negli ultimi anni è passato da macchine e mezzi agricoli, a
piante e i fiori. Due soggetti opposti tra loro. Sono elementi collegati nel tuo lavoro
artistico?
Non so dire quale sia il nesso tra le macchine e le piante, credo che non ci sia. O meglio,
forse c’è, nel senso che sono entrambe cose che mi attirano. È il colore; il verde delle
piante, il giallo delle macchine. Quando si parla di soggetti e di preferenze bisogna
immaginare che ciò che mi guida nel fare è proprio il colore.
Se una cosa è colorata mi attira a prescindere. Le macchine, le ruspe, i cingolati, i trattori
essendo spesso colorati diventano per me appetitosi e quindi soggetti. Ma non so perché
e non desidero nemmeno approfondire. Ritengo sia spesso inutile capire troppo il perché
si faccia una cosa, se si vuole fare l’artista. Si fa e basta, altrimenti non si fa.
Sono comunque alla ricerca di qualcosa di più completo, di più esatto rispetto al mio
sentimento verso il reale. Forse l’uomo – l’umano – sarà il mio approdo, in una sequenza
che andrà dalle macchine all’uomo stesso.

Che rapporto hai con la natura e con le macchine?
Delle macchine come oggetto e come status non mi importa, anzi. M’interessa invece la
macchina come insieme di pezzi di lamiera, di plastica, di gomma!
Con la natura il mio, invece, è un rapporto primordiale. Andare a far legna per scaldarsi o
per accendere un fuoco; questo è il mio rapporto con la natura, con gli alberi, con i prati,
con i fiori: un rapporto di necessità e di timore.
A questo aggiungerei l’aspetto contemplativo, puramente contemplativo. Mi piacerebbe
poter guardare una pianta crescere. E basta.

La parte ludica e il ritorno all’infanzia sono centrali nei tuoi lavori e nella tua vita,
come sei arrivato a questa consapevolezza?
Com’è stata la tua infanzia e cosa porti nei tuoi lavori del piccolo Giacomo?
Forse apparentemente il mio lavoro è legato all’infanzia, e dell’infanzia ho molti ricordi
piaceovoli. La mia aspirazione però sarebbe quella di essere sincero come un bambino.
Speriamo, un giorno…

La tua è sicuramente stata un’infanzia piena d’arte. Come vorresti far vivere l’arte ai
tuoi figli?
Mio padre mi raccontava sempre di una vignetta, di cui non ricordo l’autore, in cui era
rappresentato un centurione sotto la croce di Gesù che, annoiato e afflitto diceva: “In
questo maledetto paese, non succede mai niente”.
Ecco, io vorrei che i miei figli non facessero lo stesso errore. Un errore che molti di noi
fanno: non riconoscere la grandezza, la bellezza e la verità di ciò che abbiamo sotto gli
occhi.
Anche se sembra apparentemente tutto perduto, intorno a noi accadono cose
meravigliose.

Che l’arte sia uno strumento di trasformazione non c’è dubbio. Che trasformazione
ti piacerebbe portasse a livello comunitario?
Mi piacerebbe un’umanità, una comunità, più contemplativa e meno attiva, meno assetata
di possedere e più disposta ad aspettare che le cose accadano. Così, come le stagioni
che arrivano senza che noi muoviamo nulla. Secondo me anche la conoscenza è
solamente l’ osservazione di un processo, senza la volontà di possesso.

“Fare il pittore vuol dire stare spesso da solo”. Perchè ritieni fondamentale la
solitudine?
Stare solo è fondamentale perché permette di guardare senza condizionamenti, quindi di
scoprire cosa guardare, come guardare e perché guardare. Stare soli è l’unico modo di
pregare e di parlare con Dio. Quindi anche di creare qualche cosa di decente.

Mi sembra di aver capito che un progetto che hai in mente, se non l’hai già
cominciato, è quello di “appendere” la tua famiglia. Appendere la propria famiglia
penso sia liberatorio per tutti, sempre in senso positivo.
“Appendere la famiglia” è un modo simbolico per rendere innocuo e comprensibile quella
che io spesso definisco ironicamente un’associazione a delinquere.
Poco tempo fa è morta mia mamma.
La visione di mia mamma nella cassa è stata e rimane una delle immagini esteticamente
più violente della mia vita.
Credo potrebbe essere molto efficace far aderire la mia volontà di fare dei ritratti, con la
visione che ho avuto di mia mamma. Mi è sembrata l’immagine più vera e
paradossalmente piu esatta della condizione umana.
La cassa, secondo me, è il contenitore invisibile dentro il quale tutti noi stiamo e staremo.
L’idea della cassa mi stimola, mi accende la voglia di versarci dentro tutto il mio
sentimento per le cose.

Ti definiscono il Van Gogh del parmese, cosa ne pensi?
Chi mi definisce così è un cretino. Van Gogh era un genio e viveva la sua follia fino in
fondo. E’ come dire a uno che va in chiesa la domenica che è come San Francesco. La
critica ormai è inesistente, e c’è da farsi il segno della croce che non ti paragonino ai
futuristi perché dipingi le macchine…

Al museo della città di Rimini hai tenuto una bi-personale con Francesco Bocchini,
un peso cubitale. Ad un primo sguardo i vostri lavori sembrano l’esatto opposto: le
tue opere sono esplosioni di energia, di vita, quelle di Francesco Bocchini sono
rabbiose e provocatorie. C’è qualcosa che vi accomuna?
Penso che ciò che ci accomuni sia un certo immaginario poetico. L’amore per la ruggine,
per la lamiera, il ferro, il colore acceso, lo smalto. Forse tutti e due amiamo il nord.
So anche che a Francesco piace Otto Dix, ma quello che credo è che entrambi senza Kurt
Schwitters non potremmo fare ciò che facciamo.

I mondi dell’arte spesso sono mondi elitari. Come lo vivi tu questo mondo? Cosa
diresti a un giovane artista pronto ad entrarci?
Il mondo dell’arte (artisti, galleristi, collezinisti, critici, curatori…) è diventato un golf-club,
un’Ikea per ricchi, un luogo che basta a sé stesso. Un recinto dove pascolano le vacche
grasse. Molti formalismi, molto “gusto”, molta ironia, molta eleganza…
Poi ogni tanto si intravede qualche grande artista. Se riesce a sopravvivere senza lucidare
troppe scarpe allora ce l’ha fatta, ha passato la selezione naturale.
Io ci sto male e infatti sono alla periferia e non so esattamete cosa fare. Anche se mi credo
assolto sono lo stesso coinvolto.

Ho letto che ti affascina il mondo nordico. Da dove arriva questa attrazione?
Arriva dal fatto che mio padre e la famiglia Cossio è friulana. E il Friuli e la Carnia sono a
due passi dall’Austria, mi piace pensare così…

È vero che non ti piace essere definito artista?
Mah, non saprei, credo sia difficile esserlo. So che non ho ancora detto nulla. Lo vorrei
dire ma per ora balbetto. Non lo dico perché sono modesto, lo dico perché io so dove sto
andando e sono ancora lontano da quello che vorrei. C è una contraddizione, un inghippo
in me, e non riesco a capire come debellarlo. Vado un passo avanti e due indietro…

Hai avuto a che fare anche con la fotografia durante il tuo percorso formativo, e
ancora adesso la inserisci nei tuoi lavori insieme ad altre tecniche. Che ruolo ha
avuto nel tuo percorso artistico? La ritrovi nella tua quotidianità o l’hai
definitivamente abbandonata?
Vorrei fare dei ritratti. Mostrare delle facce, dei corpi, dentro delle casse di ferro. Mi
piacerebbe dire: “Ecco l’umanità, così come la vedo”. Dipingere l’uomo è molto difficile,
credo che una mela, una pianta, una macchina siano più semplici da affrontare. Per
dipingere un essere umano e farne un lavoro decente credo occorra avere molta
esperienza umanamente parlando, tralasciando l’età anagrafica.

Come ti sei trovato ad esporre al museo della città di Rimini e quali differenze hai
trovato rispetto alle gallerie con cui solitamente lavori?
Il Museo della città di Rimini è un bellissimo museo. Se posso dire la verità mi sono trovato
male. Il Museo è bellissimo ma allestire una mostra è stato davvero faticoso. Nessuno ha
veramente avuto voglia di aiutarci a fare un buon lavoro. A parte l’assessore Pulini, che
con grande garbo e sensibilità pensa ed elabora interessanti progetti, l’intorno mi è
sembrato annoiato e inconsapevole. Questo è triste.
L’Assessore ha delle idee, la Romagna è ricca di energie e creatività; forse ci sarebbe
bisogno di maggiore professionalità e amore intorno a loro. Un po’ come il centurione di
cui parlavo prima: si pensa sempre che la felicità sia altrove, quando nessuno sa ascoltare
le voci vicine.

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