SHODÅŒ – Camminando per la Via della scrittura insieme a Steve Gobesso

– Di Gloria Perosin

«I calligrafi solitamente lavorano in solitudine, è raro che si esibiscano in pubblico. La musica, gli
spazi giusti, i movimenti, più di un lavoro aperto contemporaneamente sul quale fermarsi…
Quando si esibiscono davanti ad un pubblico tutto diventa più scenico e teatrale».

Inizia così la mia chiacchierata con Steve Gobesso riguardo la performance di Shodō (abbiate
pazienza, ora vi spiego…) alla quale – a questo punto mi sento in dovere dire così – ho avuto la
fortuna di assistere. Sono però convinta che, se invece di stare seduta tra il pubblico di Steve quel
giorno, mi fossi messa a spiarlo direttamente dove in solitario lavora, la magia sarebbe stata uguale
in quanto è proprio quest’arte ad essere magica e affascinante. Quello che ho avuto la fortuna di
vedere è stato un vero e proprio rito. Un uomo zitto e scalzo, inginocchiato su di una grande tela
bianca, pulita, intatta, che occupava gran parte della stanza silenziosamente affollata.
Un grande pennello e dell’inchiostro nero.

Era tutto in attesa: noi, l’inchiostro, il pennello, la tela. Steve.

Fino a quando ha iniziato a danzare, lentamente, sul bianco della tela, lasciandosi dietro delle grandi, sinuose, dolci e intense pennellate nere. Tutto nel silenzio dei nostri occhi avari. Steve, nato a Udine, classe 1955, è fotografo, designer, grafico, si occupa di comunicazione visiva, prog ettazione editoriale, cartografia storica, infografica, pratiche estremo orientali come la scrittura, la cerimonia del tè, il tiro con l’arco. Si è diplomato nel 1979 all’Isia di Urbino, dove oggi insegna. Porta i suoi lavori in giro per l’Italia e, alla prima biennale del disegno di Rimini, ha
utilizzato la spiaggia di Marina Centro come base di lavoro (foto).

Rimini – 'Prima Biennale Disegno'.
Venerdì 23 maggio 2014.
Azione di shodo di Roberto steve Gobesso, 'Ku Hyo'
sulla spiaggia, sotto la ruota panoramica.
© 2014 Alexia Bianchi.

Ma di cosa sto parlando?
Shodō è l’arte giapponese della calligrafia, tradotta anche come via della scrittura.

La corrispondente arte cinese è ShÅ«fÇŽ 書法 ,

quella coreana Seoye ì „ì ˆ, æ›¸è— ,

quella vietnamita ThÆ° Phà¡p 書法 .

Ma calligrafia e scrittura sono termini riduttivi in quanto sono termini che non riescono ad
esprimere correttamente e pienamente il significato di questa pratica legata all’Estremo Oriente.

sho '“ scrittura

dō '“ via, percorso

Parlare di Shodo è come parlare di fotografia, di danza, di pittura, parliamo cioè di un intero
mondo dell’arte.

Il carattere infatti viene utilizzato per contraddistinguere la pratica di un’arte
(kendō 'scherma', judō, kyÅ«dō 'tiro con l’arco', chadō 'cerimonia del tè'), qualcosa che quindi
richiede un impegno costante, che in realtà  è un percorso interiore che l’artista conduce e che si
riverserà  all’esterno attraverso il perfezionamento della pratica e attraverso il pubblico che ne
usufruirà , che questa faccia parte di un mondo dell’arte o dell’altro.

Gli strumenti utilizzati per questa pratica sono il pennello, la barretta d’inchiostro, la pietra per
sciogliere e contenere l’inchiostro e la carta. Vengono definiti i 'quattro tesori', ma a questi io
vorrei aggiungere il quinto: il corpo.

Non importa di che dimensione sia il pennello utilizzato dal calligrafo o il foglio di carta di riso,
l’azione che questo fa converte in segni i suoi gesti. Non importa nemmeno se questi risulteranno
decisi o incerti, veloci o lenti, in quanto contengono sempre la forza definita qi/ki e che può essere
tradotta con 'energia vitale'.
Qi/ki è la forza che circola tra il segno e il calligrafo, la relazione che tra loro esiste e che viene
impressa sulla carta.
Quello che ne risulta è l’animo umano del calligrafo nell’incontro con il segno.

Steve, sembra che stiamo parlando di due anime. Anime ed equilibri, rispetto ed energie
bilanciate. Sparisce quello che il mondo vede, una persona e un segno nero d’inchiostro, e
rimangono solo due energie pure.
Quello che nasce da questa unione è in quel nero, è sulla carta, è mente, corpo, controllo, cuore.
Emozione.
Quel segno è il calligrafo e nel calligrafo c’è quel segno.
'¦..o sono io che mi immagino tutto questo?

«Si, si parla di energie, è vero. Sono però energie controllate, trattenute. La base è carta di riso
molto delicata. E’ tutto un lavoro di controllo: l’acqua, il pennello, l’inchiostro, la forza, sono tutte
cose che se non vengono dosate rovinano la carta e il lavoro stesso.
C’è un vero e proprio dominio delle forze che comunque devono palesarsi, ed inevitabilmente e
meravigliosamente infatti succede».

Si può dire che sono due energie che fanno l’amore?

«Direi di si. E’ un rapporto molto fisico, ma più che altro è conoscere gli strumenti per ottenere
esattamente quello che cerchi».
Dunque una consapevole ricerca dei risultati, ecco la risposta che cercavo (sorrido affascinata, ma
al telefono non si vede).

Quindi se ogni calligrafo ci mette del proprio, nel segno che decide di realizzare, due calligrafi che
scelgono di rappresentare la stessa cosa avranno due risultati diversi…

«Certo. Ognuno sviluppa uno stile personale.
E’ questa una delle difficoltà  che gli occidentali che si avvicinano a questa pratica incontrano:
l’acquisizione del segno formato da linee, punti, tratti… Dopo aver assimilato la tecnica esatta, si
sviluppa lo stile. Ogni calligrafo ha il proprio tratto, e la cosa meravigliosa è che, ad esempio,
studiando e osservando carte dei samurai del 1500, ho avuto modo di vedere le loro energie
riposte sulla carta. E’ qualcosa che a distanza di tempo, molto tempo, rimane, e qualcosa di
estremamente personale».

Quando insisto ripetendo a Steve che mi sembra di parlare di due persone, Steve mi spiega che
una delle differenze tra cultura occidentale e cultura orientale è proprio che secondo la prima, la
nostra, noi siamo gli artefici di noi stessi e tutto quello che abbiamo attorno sono strumenti (le
pentole, la penna, il computer…). Secondo la cultura orientale, invece, noi stessi siamo strumenti.
Siamo noi il primo strumento da studiare e da saper utilizzare. Siamo nervi, ossa, legamenti,
sangue, vene. L’insieme di strumenti che siamo noi, si unisce a quelli che abbiamo intorno.

«…è il fluire delle situazioni. Fisico e anima in un unico istante».

Se penso alle varie correnti artistiche degli scorsi decenni, quelle che maggiormente hanno
caratterizzato la fine del 1900 e il nuovo millennio, mi viene da dire che quest’arte è l’intersezione
tra la performance (dove per performance intendiamo un’azione artistica, generalmente
presentata ad un pubblico, che coinvolge solitamnete uno o più dei quattro elementi base:
tempo, spazio, il corpo del performer e la relazione fra il performer e il pubblico. La performance
d’artista costituisce l’opera stessa), e l’opera d’arte 'classica', in quanto ha tutte le caratteristiche
della prima ma quello che rimane è il qualcosa di concreto della seconda.

«Noi occidentali abbiamo bisogno delle cose concrete, delle cose che restano. Facciamo fatica
altrimenti. Mentre l’Oriente è effimero.>>

 china su carta di riso con sigillo in pasta rossa,
cm 95 x 65, collezione dell’autore.

…e Shodo è l’insieme di questi due aspetti.

<<Ho ultimamente cominciato un altro tipo di lavoro che si basa proprio su questi concetti e ha
come protagonista il corpo femminile.
Lavoro sulla pelle tatuata. Cerco di unire l’indelebile all’effimero. Affianco al lavoro dell’ago, quindi
al nero che rimane, inchiostro che non se ne va, pelle bucata, sangue e dolore, il pennello che
accarezza, gesti gentili che non fanno male, un nero che se toccato dall’acqua svanisce.
Anche con i nei. Macchioline nere naturali, in rilievo, segni permanenti che sono lì da sempre».

Non iniziate, come ho fatto io, a sognare di vedere questo atto artistico dal vivo…

«…sono lavori, studi, che faccio io e poi fotografo. Non li eseguo davanti ad un pubblico».

Affascinata gli faccio l’ultima domanda.
Steve com’eri da bambino? Chi ti ha trasmesso questo aspetto esteta della vita?

«Mio papà  era un grande esteta, aveva un gran gusto. Pensa che acquistava le stoffe migliori per
poi portarle dalla sua camiciaia personale. Amava i bei colori, i tessuti pregiati, era attento ai
dettagli e ha trasmesso tutto questo anche a me. Mamma invece era una montanara, lei mi ha
donato la forza di non mollare, quella che impari sulle montagne, la costanza che queste
insegnano. Questi due aspetti della vita li ho utilizzati poi a mio modo.
Quando sei stremato ma il tuo maestro ti dice di eseguire l’ultimo tiro con l’arco, e tu non ce la fai
più ma raggruppi le forze, le unisci tutte, e scagli l’ultima freccia…
Ed è la perfezione.
Sei totalmente dentro l’atto. Sei tu stesso l’atto. La fatica e lo stremo ti rendono tutt’uno con l’arte
e con gli strumenti. Siete insieme strumenti. Qui ed ora».

Ringrazio Steve per la sua gentilezza, la stessa che probabilmente vedono i suoi lavori.
Lo ringrazio perchè mi ha svelato tante cose di un mondo affascinante che non conosco, nel quale
lui vive da diverso tempo.


Soddisfatta, ora sì che mi sento di aver spiato attraverso la serratura di una porta, come
immaginavo nelle prime righe.
Chiudo riportando una parte dell’intervista fatta a Steve da Lara De Angelis qualche anno fa, ad
una delle esposizioni a Roma.

Qui non esiste il copia incolla, qui ci sono le ginocchia a terra, l’inchiostro che si secca
facilmente, che sbava se lo diluisci troppo, il pennello, la tecnica, molta tecnica, la
conoscenza dei materiali, del proprio corpo e del proprio limite. Della propria
concentrazione. Si tratta sempre di una lingua che non è la tua, il carattere lo devi
imparare e memorizzare non solo con la mente ma con il corpo, deve essere inglobato
nel tuo fisico per uscire sulla carta in una forma bella, armoniosa, bella da guardare.
Il nostro maestro ci dice sempre di non usare il polso ma il braccio, non si scrive con la
mano ma con il corpo e di questo ci si rende conto quando si scrivono le cose molto
grandi, diventa una danza sopra il foglio, tu che cammini sopra con questo pennello
enorme.
L’artista, lì, è dentro l’opera e il tutto avviene in modo immediato ed è regolato da un
ragionamento sullo zen, ovvero “qui e ora, nella purezza dell’ attimo”.
Il punto è accumulare la tecnica; la sensazione che dà  la libertà  della tecnica è
fantastica, quando sai che vuoi ottenere qualcosa e la ottieni è meraviglioso. Come un
pittore che cerca “quel” rosso e lo ottiene, poi lo guarda da lontano. Con la calligrafia è
importante conoscere la materia, provare e poi è il momento: si stende il foglio grande
si prende il pennello e lo fai. Qualsiasi cosa viene va bene, se ti piace lo tieni altrimenti
lo butti, pero si è fatto. Punto.

 Tratta dal progetto 'le corps (d)ècrit',
 calligrafia di Ku Hyo, 'Non legitur'
 fatta a Todi,
 c hina su pelle e scatto fotografico,
 modella Edy Scotti 'Sanuye’.

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