Walk borderline Arnaldo Boscherini: quando la vita è arte e l’arte è vita.

-di Gloria Perosin –
Chiunque sia appassionato di arte, che sia pittura, fotografia, poesia, o chiunque si sia interessato, abbia seguito un corso o letto un libro sull’arte contemporanea, ieri, se si fosse trovato con me davanti al pc a parlare con Arnaldo Boscherini, non avrebbe chiuso un attimo la bocca dallo stupore.

<<Gloria, se io ti raccontassi tutto quello che ho vissuto qui, a New York, e nelle altre città in cui ho vissuto ci potresti scrivere un libro>>mi dice mentre io sbircio alle sue spalle dalla webcam. L’accento è neutro, l’italiano è perfetto, è solo quando gli scappa qualche termine in inglese che sento la pronuncia altrettanto perfetta della lingua acquisita.

Arnaldo parla l’italiano, l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco, e per questo motivo quasi nessuno capisce la sua provenienza quando non parla l’italiano. Le influenze sono tante e probabilmente questo non riguarda solo la lingua.

Arnaldo Boscherini è un artista italo-americano di origine romagnola. Nato a Santa Sofia (FC) è stato parte dell’arte contemporanea dagli anni ’70 in poi, prima in Europa e poi in America. Ha passato la sua giovinezza a Roma, si è trasferito in Germania, poi a Parigi e, da 45 anni, è stabile a New York.

La webcam si accende e sono dall’altra parte del mondo. Mi accoglie lo sguardo frizzante e la parlantina di Arnaldo e mi sento subito a mio agio. Mi accoglie anche il suo studio che è pieno fino al soffitto di dipinti impilati l’uno sull’altro. Escono dagli scaffali, da dietro ai mobili, mi confessa che tutta la casa è piena, anche il bagno, e a me sembra di stare in quel programma TV su Leonardo che ti fa entrare nell’intimità delle case dei personaggi famosi ascoltando le loro storie.

Arnaldo è sempre stato un giovane irrequieto, spesso in mezzo ai casini, che all’età di 8 anni inizia con regolarità a fuggire di casa in direzione Roma. Nasce in Romagna ma è nella capitale italiana che cresce e dove crea i primi legami con l’arte povera degli anni ’60.

Lo ascolto e capisco subito che quella che mi aspetta è una storia movimentata.

Sempre in cerca di stimoli, di emozioni forti, Arnaldo entra a far parte di Potere Operaio Potere Studentesco, iniziano così le occupazioni e le marce, ma ama talmente tanto la vita da non spingersi sull’orlo estremo come molti altri giovani in quegli anni. Oltre alla vita ama l’amore e l’essere innamorato, infatti le donne conquistate sono tantissime e anche quelle seguite. A Roma entra a far parte dei Collettoni di Rita Pavone e inizia a frequentare il Piper Club (se non lo conoscete vi consiglio una sbirciatina online). Amico intimo di Loredana Bertè e Mia Martini quando ancora nessuno le conosceva, una sera si ritrova a dare un braccialetto con un bigliettino a John Lennon da parte loro, “WE LOVE YOU JOHN”, diceva (nella biografia di John Lennon è citato un ragazzo e il suo bracialetto di plastica pieno di valore, chissà…).

Arnaldo, proprio perchè innamorato dell’amore, segue in Germania un’americana. Dopo la Germania, sempre per un’americana, si trasferisce a Parigi, città che gli offre ancora più conoscenze, avventure e storie. Trascorre gli anni dal 1970 al 1973 tra Italia e Francia, girando sempre in treno, finche nel ’73 l’America lo chiama definitivamente.

Breve panoramica sul dove e quando: anni ’70, America, New York, Manhattan, Soho. L’occhio del ciclone. Centro del mondo artistico e non, centro di qualsiasi cosa. L’ombelico del mondo, per citare Jovanotti, l’epicentro del terremoto culturale che da lì a qualche anno avrebbe raggiunto tutto e tutti.

Arte povera, performance art, minimalismo, sperimentazione, avanguardie, libertà, eccessi e tutto il resto. Anticamera del boom artistico contemporaneo.

<<L’america, New York, Manhattan, Soho, il Bronx, Chelsea, era un’esplosione continua. L’epoca della libertà artistica e sessuale.Tutto bolliva, l’underground spingeva dal basso, Soho era il centro del mondo, almeno il nostro, ed era parecchio movimentato. Quando sono arrivato a New York, nel ’73, ho fatto quello che qualsiasi persona fa quando arriva in un paese nuovo e sconosciuto, mi sono legato ad altri italiani immigrati. Evidentemente mi sono legato alle persone sbagliate, erano mafiosi italo-americani e da quel momento mi sono trovato coinvolto tante volte in situazioni poco sicure diciamo… Una volta mi hanno sparato.>>Mandibola che cade sulla tastiera del pc. La raccolgo il più velocemente possibile con nonchalance e mi faccio ovviamente raccontare i dettagli della storia. Voi immaginatevi Carlito’s Way con Al Pacino e più o meno ci siete.

Arnaldo, tra le tante cose che gli accadono, continua a lavorare alla sua arte che si evolve, muta, salta, scopre, e nel frattempo le persone che conosce aumentano.

<<Ho camminato a lungo sul filo del rasoio con Keit Haring, Jean-Michel Basquiat, Marina Abramovic. Ho conosciuto Madonna quando ancora non era nessuno. Ho rischiato di scivolarci, sulla lama di quel rasoio, potevo farlo perché era facilissimo, ma poi non è successo, a differenza di tanti altri. Ho conosciuto poi una donna, italo-americana, che mi ha dato un figlio ed è diventata mia moglie. E’ stato in quel momento che sono completamente cambiato>>, infatti Arnaldo per mantenere la sua famiglia inizia a lavorare nel mondo della ristorazione e abbandona il resto. Conosce tante, tantissime persone, inizia a vendere i suoi lavori a dei collezionisti e il cerchio di conoscenze continua ad allargarsi pur continuando a stare lontano dall’arte.

Ma se uno è un artista, è artista per sempre. <<Un giorno conosco un uomo romano che mi dice di riprendere a dipingere. Quel ricomincio e non abbandono più>>.

Moglie e figlio, a causa della sua decisione, si allontanano. Per due anni studia alla Art Student League con il maestro Robert Maione, un tradizionalista che un giorno gli dice <<Tu vuoi diventare Michelangelo senza studiare l’arte classica>>, ma del classicismo Arnaldo non sa cosa farne. Decide quindi di cambiare classe e fa la cosa giusta perché è così che conosce Enrico Donati, grandissimo amico di Marcel Duchamp (io che questi nomi li ho sempre letti nei libri, sentire delle storie che li coinvolgono dal vivo è un’emozione stranissima) che gli dice una cosa che di lì in avanti seguirà ad occhi chiusi <<Lasciati andare, dipingi con il cuore e con la mente, non farti condizionare dal classico e fai sempre quello che senti. Esprimiti>>.

Donati lo segue come maestro per alcuni mesi, fino a quando, per motivi familiari, Arnaldo non lascia la scuola. Lo incontra di nuovo cinque anni dopo, Arnaldo è immerso nel periodo dei fiori surrealisti, il maestro ne rimane impressionato, vince il primo premio della E.D. Foundation e siamo nel 1992.

In tutti questi anni di lavoro Arnaldo sperimenta diverse correnti, dall’arte povera al surrealismo, dall’astrattismo alle arti plastiche. Quando ancora il plexiglass non era utilizzato e l’AIDS iniziava purtroppo a farsi conoscere Arnaldo viene definito The plastic artist in age of condom.

Le sue storie lasciano poco spazio alle mie domande scontate. Una sera sua figlio porta a casa un libro sul graffitismo, arte che Arnaldo ha sperimentato e conosce bene. Sfogliandolo trova una sua foto di spalle mentre disegna una metropolitana, vicino a lui c’è Basquat, che nel frattempo è stato portato via dall’eroina. La domanda che volevo fargli fin dall’inizio esce in questo momento spontanea, <<Arnaldo ma voi ve ne accorgevate che stavate vivendo nel mezzo di quella che oggi è vista come la svolta dell’arte e della cultura? Eravate consapevoli di esserne i protagonisti? Perché ti assicuro che dall’esterno sono tutte storie assurde lette solo nei libri di arte>>, mi risponde di no, che la consapevolezza è arrivata dopo. Giustamente ti accorgi della storia un attimo dopo che questa è accaduta, penso.

Arnaldo ha avuto tantissimi riconoscimenti, Maria Pia Cappello ha descritto la sua come l’arte del sogno e dell’inconscio, lo ha descritto come uno dei migliori artisti che abbia collegato il concetto di arte moderna, arte contemporanea e arte concettuale. Sarà per le sue tantissime influenze artistiche? Lei stessa lo conferma. Arnaldo è anche nel libro “Tratti poetici”, sempre di Maria Pia Cappello, edito dalla SarpiArte Edizioni.

Nel 2013 ad Arezzo la sua ultima esposizione, “Ricerca massimalista”. I suoi lavori sono in collezioni private a Parigi, Roma, Saint-Tropez, New York.

Nel suo percorso artistico Arnaldo, oltre ad aver ricevuto qualche grande sgambetto, non è mai sceso a compromessi, e mi spiega che è stato proprio questo a non dargli l’affermazione che hanno avuto i suoi compagni di viaggio, ma forse è stato meglio così.

<<Il mondo dell’arte è governato da pochi oggi come allora, e quei pochi possono chiederti tutto. I miei ‘no’ mi hanno bloccato la strada>>.

Quello che percepisco, e quello che lui stesso mi conferma, è che la sua vita è stata fantastica e quando gli chiedo che consigli darebbe ad un giovane ragazzo mi risponde <<Domanda difficile visto che io non li ho mai seguiti. BE YOUR DREAMS, questo direi>>.

Oggi Arnaldo sta lavorando all’insieme di tutti i suoi lavori, sta creando delle opere con le sue stesse opere, un lavoro davvero molto bello e intenso.

Gli hanno chiesto di scegliere una decina di giovani artisti americani per creare una collettiva in un’importante città artistica e culturale italiana, ma ancora non si sbilancia.

Mi saluta dicendo <<Se un giorno, quando non ci sarò più, qualcuno deciderà di raccogliere tutti i miei lavori cercando una linearità e parlando dei miei periodi artistici…bé diventerà assolutamente matto>>.  

Io, affamata di altre storie, lo saluto dicendogli che ci vediamo quest’estate a Santa Sofia.

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