INTERVISTA A MARCO BERTOZZI

– di Lisa Bifulco –

In questi giorni mi sono ritrovata ospite di molte persone, che mi hanno accolto e aiutato nel dare voce a questo posto: Il Grattacielo. Molti mi hanno aperto le porte per poter usufruire della vista dai loro salotti, immortalando così la luce straordinaria del tramonto Riminese che potete trovare in copertina. Più volte ho percorso quei piani a piedi e più volte, bussando a caso in porte sconosciute, ho avuto la fortuna di trovarmi di fronte persone di nazionalità  differenti. Le case avevano tutte un odore diverso, un sapore differente le une dalle altre. Chi aveva un arredamento moderno, chi antico, chi etnico. Tra un passaparola e l’altro sono venuta a conoscenza di una persona che abita in questo 'paesino in verticale' come lo chiama lui, che per primo ha amato e voluto raccontare. Marco Bertozzi, trasferitosi qui nel 2005, affascinato dal posto in cui vive decide di dare voce alle emozioni che prova trovandosi ogni giorno a vivere la realtà  di un grattacielo. In una soleggiata domenica mattina di metà  settembre, ci ritroviamo a fare una chiacchierata seduti al tavolino di un bar del Borgo San Giovanni. E così che ci racconta il suo lavoro, la sua passione, l’importanza di dare visibilità  a un genere cinematografico poco considerato, ma al quale sta cercando di offrire nuova luce, dandogli nuove connotazioni. Si perchè quando si parla di documentario spesso non lo si riesce a vedere come un vero e proprio film, ma lo si classifica subito come un cortometraggio, o come classiche riprese sulla savana con voce narrante, distaccata, che ci racconta ciò che stiamo vedendo.

Cosa si intende realmente quando si parla di documentario?

Il documentario si presta a interpretazioni diverse ma, certo, è un’opera cinematografica complessa. Bisogna uscire dall’idea che sia la ripresa della realtà  così come appare, perchè si tratta sempre di un punto di vista sul mondo; un punto di vista che utilizza segni realistici, ma che li riprende, li sceglie, li monta, li musica, per creare un’opera filmica a tutti gli effetti. Ad esempio, nel film che sto realizzando sul grattacielo non occulto il fatto che si stia registrando; in molte scene si vede la mia persona, o altri della troupe, passare davanti alla telecamera. Inoltre, possiamo osservare l’impaccio delle persone che, naturalmente, non sono attori professionisti. La grande potenzialità  di questo cinema è offrire una forma filmica poetica, una forma capace di moltiplicare le domande sulla complessità  del mondo, ma distaccandosi da ciò che può essere un reportage puramente giornalistico. Il documentario cinematografico è un film a tutti gli effetti!

Qual e’ il motivo che ti ha portato a girare una storia sul Grattacielo?

La prima cosa che mi ha catturato è stata la luce. In continuo cambiamento, con mille sfumature. Paradossalmente, in un luogo artificiale come il grattacielo, hai l’impressione di essere a stretto contatto con la natura, in piena immersione negli elementi atmosferici, le nubi, la pioggia, la nebbia. Ecco, a volte provi la sensazione di essere sospeso, quando la città  e’ immersa nella nebbia e vedi solo la punta del campanile che emerge. Ricordo che negli anni ’60, girava un depliant che promuovendo gli appartamenti all’interno del Grattacielo citava: 'Un fantastico soggiorno di collina in riva al mare'. Un altro aspetto che mi ha spinto a voler raccontare questo paesino in verticale e’ che un film sul Grattacielo diventa un film sull’Italia che cambia, anche dal punto di vista sociale. Qui si possono trovare abitanti di ogni genere, dal Sindaco al venditore di rose pakistano, dal giovane artista alla famiglia straniera. Chiaro che abitare in un luogo del genere significa attivare doti di condivisione. Può essere difficile, ma anche molto stimolante. Per questo credo che oggi il Grattacielo abbia la forza di attirare persone non convenzionali. Se ci abiti sai che fai parte di un microcosmo aperto, che riflette in pieno il cambiamento attraversato dalla nostra città , e dall’Italia, in questi ultimi decenni. Una multiculturalita’ che dall’esterno può venire mal vista e che invece è uno dei punti di forza dell’abitare questo edificio.

Cosa significa abitare al Grattacielo?

Puoi scegliere. Avere una vita completamente autonoma, nell’anonimato, oppure godere di una vita comunitaria, anche molto intensa. Pensa che a volte si organizzano feste tra diversi appartamenti, con le porte delle abitazioni che rimangono aperte, in modo da poter osservare il mondo del tuo vicino, magari straniero e completamente diverso da te.

Cosa rappresenta il Grattacielo di Rimini?

La speranza. Quando nasce, Rimini è ancora profondamente ferita dalla guerra, le sue cicatrici ancora evidenti.  Credo sia il simbolo per eccellenza di una rinascita epocale, di un potente desiderio di farcela. Non a caso il progetto ebbe l’approvazione di tutti i membri del consiglio comunale del tempo, mettendo d’accordo tutte le componenti politiche, da destra a sinistra.

Cosa vorresti comunicare con il film che stai girando sul Grattacielo?

Mi piacerebbe raccontare la sua storia, certo, ma anche i desideri, le paure, gli immaginari di chi vi abita. E poi rappresentare Rimini in maniera non banale. La nostra è una città  complessa, ben più ricca di alcuni stereotipi che la fissano, la irrigidiscono in un unico modo di intenderla. A volte c’è un abisso tra il modo in cui alcuni immaginano Rimini e come invece realmente è. Alcuni si esaltano pensandola dedita alla vita notturna e alla varietà  dei divertimenti; altri, per gli stessi motivi, la snobbano, altri ancora ne considerano fantastico l’aspetto novembrino, la spiaggia deserta, in adesione agli immaginari felliniani. Molte sono le idee circolanti sulla nostra città  ma importante è comprendere che nessuna di queste è esaustiva e che Rimini è città  ricca di accenti e sfumature inaspettate. Pensa solo a una immagine: il nostro magico Ponte di Tiberio con alle spalle il grattacielo.

Hai ottenuto consensi, appoggi e aiuti finanziari in questo tuo percorso? Abbiamo sentito che ti sei affidato al Crowdfunding?

Al Grattacielo c’è un gruppo di persone con cui abbiamo organizzato la festa dei 50 anni della torre, nel 2010, e, recentemente, messo in scena  un happening teatrale sulla vita stessa all’interno dell’edificio. Si tratta di amici con i quali stiamo cercando di raccontare la nuova vita del grattacielo e che mi sono stati particolarmente vicini anche per la realizzazione del film. L’happening '“ con il comune che ci ha dato la possibilità  di utilizzare il Teatro degli Atti '“ è stato l’inizio del crowdfunding, molto positivo dal punto di vista umano e relazionale, un po’ meno da quello finanziario. Ma alcune istituzioni e imprenditori locali stanno partecipando, anche con piccoli contributi, al film. E, recentemente, Rai cinema ha apprezzato il progetto, entrando anch’essa in coproduzione, con un contributo.

Quali saranno i tempi di attesa per poter vedere il film?

Dovremmo finirlo questo inverno. Poi cercheremo di presentarlo ai festival di cinema, come sai richiedono l’anteprima assoluta, e successivamente potremo presentarlo in città  e nei circuiti distributivi del documentario. L’appoggio della Rai prevede inoltre la possibilità  di messa in onda nei suoi canali da settembre 2017. Quindi ancora un po’ di attesa.

Ultime due domande: oltre ad essere uno sceneggiatore e autore dei tuoi film e numerosi libri, come divulghi il tuo modo di pensare e di fare, documentari?

Il cinema documentario '“ nelle forme di cui ti parlavo all’inizio '“ è la mia grande passione. La attraverso realizzando film ma anche nella attività  didattica, con i corsi all’Università , nella scrittura, con alcuni libri sulla storia e la teoria di questo cinema, e nell’attività  curatoriale, organizzando rassegne, anche all’estero, in cui mostriamo capolavori spesso sconosciuti. E’ un cinema spesso invisibile ma quando riesce a raggiungere il pubblico molti spettatori cominciano ad amarlo, a comprenderne l’importanza e la bellezza. Pensa ai film di Werner Herzog o, in Italia, ai film di Pietro Marcello o Gianfranco Rosi, tutti portatori di un’idea complessa del reale. Ecco, proprio questa parola è densa di contraddizioni, e negli ultimi anni è divenuta luogo di battaglie, fraintendimenti, mistificazioni. Proprio laddove la rappresentazione del mondo è più controllata  – pensa a programmi come Il grande fratello '“ si spaccia l’idea che ciò che si sta guardando rispecchi la nuda verità . La sola scelta di un’inquadratura piuttosto di un’altra, per non parlare del processo di montaggio di un film o di un programma televisivo, definisce l’appartenenza a un punto di vista, a uno sguardo assai parziale del mondo. Può essere dell’autore, ma anche dell’istituzione che produce l’opera, o del determinato periodo storico in cui è realizzata. Per questo ammettere che si tratta di un punto di vista sul mondo è molto più rispettoso del cosiddetto 'reale' che sbandierare impossibili veridicità . Anche la soglia di ammissibilità  di un certo 'realismo' è in continua evoluzione, di anno in anno e di cultura in cultura. In definitiva, la realtà  è una questione molto complessa, una questione di immaginari, e coloro che porgono risposte semplici non fanno un buon servizio, nè all’arte, nè alla cultura, nè alla politica. Ecco, un buon esito di un film documentario sta proprio nella sua capacità  di illustrare questa complessità , di sollevare domande più che offrire risposte e certezze assolute.

Sappiamo che il tuo lavoro è in opera da ben 10 anni, come riesci a 'tagliare' il non necessario e comprimere il tutto nel film?

Questa credo sia la parte più difficile. Bisogna riassumere e per farlo devi eliminare parti di una creazione a cui hai dato tempo ed energie. E per la quale hai coinvolto tante persone. E’ un processo di sintesi, doloroso e necessario, per trovare quel filo conduttore capace di esprimere una visione poetica, non puramente informativa, del mondo. Una visione – etica ed estetica – che nasce dai tuoi occhi ma che sia capace di parlare al mondo.

Si conclude così una piacevole conoscenza, che a tratti mi ha appassionato e commosso. Entrare nel mondo degli altri è sempre una scoperta emozionante, quando poi viene accompagnata dal calore e dalla delicatezza di un personaggio simile, si trasforma in poesia. Non ci resta che augurare a tutti voi, una prossima BUONA VISIONE.

MARCO BERTOZZI, nasce a Bologna nel 1963  ma vive a Rimini dalla nascita. Laureato in Architettura a Firenze, si dedica allo studio del cinema con Ermanno Olmi, poi si trasferisce a Parigi per proseguire gli studi dottorali. In Francia per due anni si prodiga nella ricerca sulle origini del cinema e insegna Storia dell’arte al Liceo italiano di Parigi. Trasferitosi a Roma, porta a termine il post-dottorato, insegnando poi al Centro Sperimentale di Cinematografia e all’Università  Roma 3.

Dalla sua tesi di laurea in architettura 'Lo scenario della vacanza nella metropoli balneare romagnola', realizza documentari sui temi degli immaginari urbani e delle identità  culturali. Citiamo solo alcuni dei lavori meritevoli di premi in festival italiani o internazionali: 'Appunti Romani', (2004) 'Rimini Lampedusa Italia' (2004), 'Il senso degli altri' (2007), 'Predappio in Luce' (2008), 'Profughi a Cinecittà ' (2012).

Tra i suoi libri:

'La veduta di Lumiere' (2001)

'L’idea documentaria' ( a cura di, 2003)

'Storia del documentario italiano' (2008, Premio Domenico Meccoli e Premio  Limina Awards, quale miglior libro di cinema dell’anno); Recycled cinema (2012, primo libro italiano sul riuso delle immagini filmiche).

Insegna cinema documentario e sperimentale nel corso di Laurea magistrale in Arti visive e Moda dell’Università  IUAV di Venezia. Recentemente, per RAI Storia, ha condotto 'Corto Reale. Gli anni del documentario italiano', un programma sul documentario italiano andato in onda dal 2013 al 2016.

Quando mi sono interessato per la prima volta a capire le peculiarità  del Grattacielo, perchè per certi aspetti secondo me rispecchiava il carattere coraggioso ma ben congeniato della nostra testata, avevo paura che il mio fosse un pensiero troppo introspettivo e che quindi non avrebbe trovato la giusta comprensione che volevo trasmettere; poi ho conosciuto Marco ed ho trovato nel suo progetto cinematografico un analogia molto forte su quel valore energetico, sociale, multietnico ed artistico che volevo attribuire alla scelta della nostra prima immagine di copertina ed è stato un po’ il tassello mancante che mi ha convinto a procedere su quella strada; una piacevole scoperta non solo dal punto di vista artistico/professionale ma anche e soprattutto dal punto di vista umano.
Stefano Perilli '“ Direttore Editoriale
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