LA MUSICA DI WORD “L’hip hop è un percorso mentale che può cambiare la vita.”

-di Serena Leurini –

Nel panorama musicale riminese una nota di merito va al rapper Stefano Word Serio. Nella sua storia alla scoperta dell’hip hop ci racconta come la musica nasca da un bisogno di comunicazione e condivisione.
 

 – Come hai scelto il nome “Word”?

– Il mio nome deriva da un discorso di grafica perché tutto è iniziato facendo dei graffiti. 
Il primo approccio vero e proprio è stata la break dance: ho visto il film “Beat street” dove c’era il sunto dell’hip hop anni ‘80 a New York. Così nella mia camera ho iniziato ad imitare i passi di break dance. Avevo 16 anni e quando ero solo in casa mi approcciavo a questo mondo, anche se girava pochissima musica sul genere in radio. 
In quel periodo giocavo a baseball, ero affascinato in generale dal mondo americano dello sport, dell’arte e della musica. Però la break dance non era semplicemente un fascino superficiale, bensì mi interessava capire tutto il mondo dietro ad essa.
Poi uno dei miei compagni di baseball mi ha presentato Eron e abbiamo iniziato a vederci in gruppo affittando il sabato pomeriggio una palestra in via Angherà per ballare sulla musica delle cassette. Tra noi c’è stato anche Callà che aveva vissuto una scena più prolifica in Germania, perché in generale gli altri paesi europei erano più avanti rispetto all’Italia. 
Ognuno aveva il proprio nick-name ed io volevo racchiudere il concetto dell’hip hop in una parola e quindi “Word”, parola che viene scritta e detta. Inizialmente scrivevo sui muri WORD RAP, parola rap: mi piaceva graficamente per il front stondato e lo riuscivo a fare velocemente con la bomboletta, in più avevo a cuore il concetto di parola intesa come comunicazione. Sto parlando di writing, concetto che si riferisce a persone che di notte lasciano messaggi in punti strategici delle città. Negli anni ‘90 era una cosa strana e innovativa vedere questi nomi in giro per la strada e serviva anche una certa sicurezza per fare il tratto anche in condizioni difficoltose perché la strada era una palestra estrema.

– Parlaci di “Matumago X-Press”.

– Per diverse scelte mie, in vent’anni ho creato un solo album ufficiale da solista. Qui ho voluto racchiudere il mio cammino nell’hip hop e dunque è una cosa molto personale. È tutto con basi costruite senza campionamenti ed è un’opera che mi rappresenta per un 70-80%. 
Il resto ho voluto lasciarlo aperto sul concetto della crew: quindi del gruppo K Rimini e burdelcrew, cioè tutte le persone che mi hanno insegnato ed influenzato. Per me il concetto di crew deve essere superiore al singolo ed è importante essere disposti a condividere. Il motivo per cui l’ho scritto è raccontare tutte le esperienze che mi hanno arricchito la vita. 
L’hip hop mi ha dato la possibilità di incontrare persone che diversamente non avrei mai conosciuto e di condividere esperienze con loro. Mi è sempre piaciuto testimoniare la trasversalità dell’hip hop anche attraverso il racconto dei miei viaggi che mi hanno portato a conoscere persone nuove all’interno di questo mondo. 

– Cosa puoi dirci del nuovo album? 

– Devo andare a registrarlo a Grosseto. 
Ho scelto di accantonare ambizioni di gloria e successo e parlando realisticamente quello che faccio è strettamente personale. Vendo la mia esperienza col mio dialetto e sono contento di avere anche solo venti estimatori in Italia che comprano l’album per puro piacere. 
Il mio obiettivo è sempre stato suggellare la mia esperienza anche con Matumago nel 2007. Il mio produttore è d’accordo con me su questo, abbiamo una visione simile.

– Come pensi che le nuove tecnologie abbiano cambiato il mondo della musica? 

– Secondo me c’è stato un appiattimento. Hanno dato più possibilità a molte persone, ma così diventa più difficile capire dove sta la qualità. Questo non significa che non ci sia qualità, ma è più difficile da individuare. Quindi in realtà ha allargato il panorama, senza migliorarlo ne peggiorarlo. 
Per un utente medio può essere difficile capire perché magari cerca più che altro il personaggio e l’immagine, mentre per gli addetti ai lavori no. Sicuramente non mi piace la piega che ha preso, ma d’altra parte si ha più possibilità di mostrare la propria arte.

– Nel circondario quali sono le tue preferenze o i tuoi contatti col mondo della musica?

– A dire la verità inizio a sentire lo stacco generazionale: ci sono dei bravi ragazzi fra i 20 e i 25 anni che hanno una buona tecnica e attitudine e si stanno approcciando a questo mondo. Purtroppo i punti di contatto con loro sono pochi, ma li conosco. 
Nella generazione di mezzo ho più punti di riferimento a partire dalla crew.

– Quali sono i tuoi progetti per quest’anno?

– Nell’ultimo mese mi ha contattato una psicoterapeuta del Ser.T che segue dei ragazzi con problematiche legate alla droga. Ci siamo appena conosciuti e ho iniziato a dar loro dei consigli perché questi ragazzi usciti dal periodo più buio hanno cominciato a scrivere circa 20 canzoni in due mesi. La loro responsabile così mi ha contattato per dar loro suggerimenti e parlare. Io ho notato molta energia e bisogno di espressione, così ho dato loro un pò di link e musica da ascoltare.
Poi ho in programma una serata per il 10 di febbraio con altri psicoterapeuti che fanno incontri sul disagio giovanile. Porterò dei ragazzi dai 16 ai 20 che fanno break dance e graffiti e andiamo a testimoniare come l’hip hop può dare un’alternativa a livello sociale. Il suo scopo principale è togliere la gente dalla strada e dare opportunità diverse. È un percorso interiore che con pochi strumenti e senza scuole ti dà la possibilità anche di vendere un prodotto.
Come secondo punto c’è l’organizzazione delle feste. In questi giorni mi sono rivisto con amici storici come Callà e Enrico Arcangeli. Ad esempio il 25 febbraio facciamo la festa di Carnevale e stiamo giusto decidendo la location. Il tema sarà anni ’70-’80 e speriamo di coinvolgere anche ragazzi più giovani.
Da questa serata speriamo di partire ad organizzarne altre durante l’anno: la programmazione di eventi è sempre stata una parte importante nel mio lavoro come nel caso di Free style session, e King of Rimini 2014-2015.

– Quali sono state le tue collaborazioni passate?

– Ho quasi sempre collaborato con amici, mai per opportunismo mio. Ho avuto diverse esperienze da quelle con Uomini di Mare, Piotta, Inoki e Jimmy Spinelli col quale ho condiviso una buona parte dei miei due anni di Bologna. Scrivere con lui è sempre stato molto stimolante. E poi logicamente la mia collaborazione con Gian Maria Flores che è stato il mio produttore e abbiamo scritto diverse canzoni insieme e con lui c’è un feeling artistico molto alto perché mi conosce bene e quando fa una base è come se me la cucisse addosso. Ci sono dei ragazzi di San Salvo che ci hanno invitato un anno fa a fare una serata ed essendo rimasti in buoni rapporti poi ho fatto un featuring da loro. Nascono amicizie che vale la pena continuare e in questo modo si lavora meglio.

– Parlaci del successo di “Buliron”.

– Buliron è stato un piacevole danno collaterale: non mi aspettavo che un pezzo su una base afro potesse diventare il mio cavallo di battaglia. L’ho scritto in maniera molto spontanea e inerente all’atmosfera della Mecca: io non ero un assiduo frequentatore, ma una volta al mese ci andavo. 
Negli anni ’80-‘90 era quasi un luogo mistico, come una nazione senza regole dove veniva anche tanta gente da fuori così ho voluto descrivere quell’atmosfera. Li mi hanno conosciuto molti riminesi della mia generazione e inaspettatamente anche ragazzi più giovani dell’età di mia figlia. 
Sono molto affezionato a quel pezzo.

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