-di Daniele Olivieri –
Parliamo di idee e progetti: nello specifico, avrei piacere di presentare una nuova realtà musicale, nata da non molto dall’iniziativa di un giovane ragazzo che non ho avuto il piacere di conoscere. In compenso ho potuto parlare con una sua collega, se così possiamo definire la relazione che intercorre tra i componenti di uno stesso gruppo musicale: Virginia Bertozzi, studentessa dell’università di Urbino, con la passione della musica e ben tre gruppi che contano su di lei per dare voce alla propria musica. Virginia canta, e lo fa piuttosto bene, ha una voce decisa che ricorda nelle tonalità quella di Amy Lee, la cantante degli Evanescence, gruppo gothic metal statunitense. Come dicevo, canta per tre gruppi: uno, formatosi recentemente, con il quale compone cover di gruppi noti; un secondo, più datato, con il quale è al momento in stand-by per via degli impegni dei componenti; un terzo, sul quale vorrei concentrarmi, che nasce appunto dall’idea di un singolo, al quale si sono poi uniti altri quattro componenti fra cui Virginia. Il nome del gruppo è: Arya. Pronunciatelo con l’accento sulla “y”, se così si può dire, ma il senso di fondo non cambia: portano Aria fresca nel mondo della youth music, quel mondo fatto di sogni e muri all’apparenza invalicabili, di cui pochi si interessano. Il loro genere può non piacere a tutti, com’è ovvio che sia, ma hanno un ottimo suono, che preme forte l’acceleratore sull’experimental rock/metal, lasciando spazio a pezzi più ambientali, fatti di parti unicamente strumentali, particolari al punto giusto. Il loro primo album è disponibile in rete e porta il nome sognante di: “In Distant Oceans”, quegli oceani lontani nel quale vorrebbero navigare, consci dei pericoli che il mare della musica comporta.

Ma torniamo a noi. Nell’intervista con Virginia, abbiamo parlato di vari aspetti legati alla sua passione. Premesso che alla scomoda domanda: “In quale gruppo riponi più speranze?”, lei ha risposto: “È come chiedere a una madre qual è il suo figlio preferito”, posso affermare, magari sbagliando, che al momento è proprio Arya il nome più emergente. Oltre ad aver già collezionato diverse esibizioni in giro per il territorio della regione (Rimini, Bologna, San Mauro Pascoli), hanno in progetto altre date. Per non parlare del sopra citato album, uscito nel novembre del 2015, che conta sei brani, e sembra voler essere un vero e proprio inizio per un progetto che, ci auguriamo, possa avere un futuro luminoso. Le musiche sono state pensate, composte e mixate da Luca Pasini, e poi registrate in studio dal gruppo intero: Simone Succi (chitarra), Namig Musayev (basso), Luca Sigovich (batteria), Luca Pasini (chitarra) e Virginia Bertozzi (voce).

Come annunciato, la parte strumentale è frutto dell’inventiva del singolo, perciò sorge spontanea la domanda: “Come si fa ad aggiungere la parte vocale?” Il quesito trova una semplice risposta, che cela però una più profonda riflessione. Virginia ha scritto i testi per i brani dell’album degli Arya e li ha cantati. Ma qual è il segreto per creare un’armonia tra ciò che viene suonato e le parole che accompagna, considerato anche il tipo di musica che il gruppo in questione si propone di suonare? Non è forse più difficile seguire un ritmo con le parole, creando un testo coerente e di senso compiuto, piuttosto che seguire la batteria con la chitarra? Questa è stata la rispota di Virginia:“No, la voce non è più difficile da aggiungere rispetto agli altri strumenti. È vero, siamo abbastanza diversi cantanti da musicisti, ma per me non è così. Il testo non deve necessariamente avere un senso completo, a meno che tu non faccia musica commerciale o cerchi di arrivare a conquistare  l’ascoltatore anche con le parole […] Nel mio caso scrivo in inglese, mi viene molto più semplice e ormai ci ho fatto l’orecchio. L’italiano è molto più difficile e ancora non mi sento all’altezza di creare qualcosa. Ci sono volte in cui mi vengono delle frasi sul momento che potrebbero stare bene, altre in cui invece ho il testo sotto che ho scritto in un pomeriggio in cui non stavo facendo niente e dopo lo adatto alla musica. Dal mio punto di vista mettere le parole su un pezzo è molto più facile che costruire un pezzo che non ha le parole”.

Virginia spera di fare il cosidetto “botto”, spera di riuscire a sfondare quei muri così alti e robusti, ma non ha fretta. Con i componenti dei suoi gruppi ha creato un legame affettivo di amicizia prima di tutto: spianano la strada assieme, senza illudersi, crescendo passo dopo passo e con un obiettivo preciso e tangibile. Portano avanti la loro passione e cercano di emergere dal pantano in cui tutti si trovano all’inizio. Ma sono proprio coloro che perseverano, che insistono e che credono in se stessi e nei loro progetti, ad avere la meglio alla fine. Mi si dica pure che sono un idealista, ma ammiro chi prende realmente sul serio se stesso, soprattutto se giovane e inesperto, quindi coraggioso. Come ho detto, parliamo di progetti e idee, qualcosa da costruire un passo alla volta con determinazione e volontà.

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