MAI PERDERE LA SPERANZA: LA BATTAGLIA PER LA VITA DI CRISTIAN LUCARELLI

La sua vita è cambiata di colpo il 21 ottobre di due anni fa. Era in bicicletta sulla Statale Adriatica a Misano. Un tragitto che percorreva abitualmente nei suoi allenamenti, nei momenti lontani dal lavoro, per tenersi in forma e farsi trovare sempre a posto in occasione delle competizioni a cui partecipava con risultati di ottimo livello. Quel giorno però un maledetto tratto dissestato di quella strada lo aspettava al varco, insieme all’inesorabile destino, facendolo rovinare sull’asfalto.  Conseguenze gravissime che sono rimaste tali a distanza di tanto tempo: lesione midollare incompleta dalla vertebra cervicale 2 fino alle 6 con l’uso di braccio e gamba destra compromessi. Il buio e poi di nuovo la luce per Cristian Lucarelli, riccionese di 47 anni, padre di Leonardo (13 anni e sempre con lui) e marito di Michela la donna che lo affianca nella vita e nello sport.

Mai perdere la speranza, però. E’ diventato il tuo motto, vero?

“Chi soffre e ingaggia una battaglia contro il destino sa di non dover mai mollare. C’è chi ce la fa, come me, ma c’è anche chi si arrende. Capisco che può risultare una sfida impossibile, che il più delle volte ti viene voglia di mollare e di fermarti. Ma quando vedi gli occhi di tuo figlio ed il sorriso di tua moglie non puoi far finta di nulla”.

Cristian cosa successe dopo quell’incidente?

“Quando mi risvegliai mi accorsi di riuscire a muovere solo le labbra. I comandi del cervello non avevano risposte dal corpo. E’ come quando provi a mettere in moto l’auto e vedi che sul cruscotto non si accende nemmeno una luce. Tutto spento, nessun segnale. Una sensazione terribile che il tempo non ha mai cancellato”

Ma la situazione è migliorata…

“In un anno e mezzo ho fatto tanti progressi, aiutato e supportato da chi mi è stato sempre vicino ma c’è una parte del corpo che ancora non mi ascolta. Faccio fatica ad accettarlo, ma ormai ci convivo sperando in un miracolo”.

Tutto questo non ti impedisce di essere tornato sulle strade a correre e a partecipare alle manifestazioni più note come ad esempio e recentemente il Challenge Rimini

“E’ stata una giornata meravigliosa. Quando sono arrivato sul traguardo in carrozzina accompagnato dalla staffetta di quelle persone che sono sempre con me, compreso mio figlio, ho deciso di ricompensare quel boato, quell’urlo della folla e ho voluto correre. L’ultimo tratto fatto in piedi, seppur aiutato da un bastone, è un regalo che ho voluto fare prima di tutto alla gente che mi applaudiva e poi ai miei cari ed a me. Quello è stato il significato più profondo del mio motto Mai perdere la speranza”.

Non ce l’avresti fatta senza…

“Senza la mia famiglia. Ma anche senza il sostegno del Triathlon Duathlon Rimini. Solo chi è nella mia situazione può capire quanto è importante l’apporto dei veri amici. Quelli che sono con te non solo il giorno della gara, ma ti seguono sempre nelle buone e nelle cattive e hanno sempre una parola di conforto se sei depresso o una di stimolo se batti la fiacca”.

Oggi come ti senti?

“Sono un tetraplegico incompleto, tagliato in verticale perché un braccio e parte di una gamba non si sono più ripresi. Lotto tutti i giorni, anche contro il dolore. E l’agonismo mi dà tanti stimoli”.

All’orizzonte c’è un’altra impresa. Parlacene

“A fine giugno tenterò di coprire un percorso di 1,8 chilometri all’isola di Sirmione sul lago di Garda. Mi sto preparando con l’allenatore Luca Serafini, riccionese come me, per riuscire. Dimostrare di essere nato sportivo e continuare ad esserlo dopo l’incidente che ho avuto resta il mio obiettivo primario. Pensare di non fare più sport è una cosa che il mio cervello rifiuta. D’altronde uno nasce così e non lo puoi cambiare nemmeno se il mondo decide di caderti addosso e di farti precipitare all’inferno”.

La vita è fatta di buone e cattive cose, è così per tutti…

“Non ne dubito, bisogna saper prendere le buone con un certo spirito e bisogna accettare le cattive perché devi andare avanti. Se non vuoi farlo per te lo devi fare per i tuoi cari, per i tuoi amici, per chi ti vuole bene e ti aiuta”.

Il tuo fisico è perfetto anche ora che non sei più quello che eri prima. E’ sufficiente?

“Assolutamente no. E’ mentalmente che devi convincerti che non ci sono barriere o limiti se uno decide di non arrendersi. E’ fondamentale tutto il resto, quelli che ti sono attorno in primis, ma senza forza di volontà chi si ritrova all’improvviso come me rischia di spegnersi. Io ce la sto facendo, mi sento forte dentro pur conoscendo i miei limiti”.

C’è tanta gente che ti vuole bene e che ti stima. A prescindere da quello che ti è capitato

“Non dimenticherò mai quello che ho provato quel giorno quando sono arrivato sul traguardo del Challenge. Ti senti i brividi addosso e ti viene da piangere perché sai che quell’abbraccio è reale e sincero. Ringrazio chi mi dà la forza, chi mi vuole bene, chi mi aiuta. Ma non mi sento diverso. Sono io, quello di sempre. E’ questa la mia spinta tutti i giorni, tutte le ore, tutti i minuti”.

Fine della chiacchierata. Lucarelli regala insegnamenti di vita e una lezione a tutti quelli che si sentono in difficoltà perché hanno un po’ di pancia o qualche cuscinetto in più. Fa ridere se lo mettiamo a confronto con quello che gli è successo. Saper essere se stessi sempre è il simbolo della forza interiore per ognuno di noi. E uno come Cristian bisogna ringraziarlo perché nessun altro meglio di lui può indicarci la strada da seguire. In carrozzina o di corsa non cambia nulla.

Giorgia Bertozzi – Responsabile comunicazione polisportiva Riccione

<<Nello stadio del Nuoto, che la nostra Polisportiva gestisce, ci sono tutte le attrezzature per affrontare casi come quello di Cristian e soprattutto ci sono le persone: istruttori brevettati che sanno come agire per questo tipo di problematica.>>.

Luca Serafini – Istruttore / allenatore di nuoto

<<Cristian aveva perso fiducia nello sport. Si era chiuso in se stesso. L’ho invitato a nuotare con tutte le problematiche del caso, all’inizio non voleva avvicinarsi. L’abbiamo seguito come un bambino di 5 anni, serviva ricominciare da capo.Lo chiamavano “il mulo” per la sua testardaggine, si è messo in testa di farcela e con molta applicazione e la mia insistenza in un anno siamo arrivati a risultati inimmaginabili>>. 

Denis Meluzzi (Monomela)

<<Conoscevo Cristian già prima dell’incidente. Ora è cambiato nel fisico non nella testa. Solo chi ha un carattere come il suo, positivo e forte, può rialzarsi e tornare ad essere un protagonista dello sport. Lo ammiro perché tanti al posto suo si sarebbero arresi. Una dimostrazione di come prima di tutto conti la volontà di rimettersi in gioco>>.

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